Nel suk del vino irpino, dove si baratta la nostra identità (prima parte)

Salve inguaribili viaggiatori,
nulla rispecchia di più il rapporto tra un territorio e il turista dei suoi luoghi di vendita, tanto che alcuni di loro diventano essi stessi vere e proprie attrazioni, basti pensare ad alcuni show-room o atelier da una parte, dove si vende altissima qualità in un contesto proporzionato, oppure ai suk del mondo arabo spesso presenti in nord Africa, dove etiche e stilemi sono assai diversi, esattamente come i prodotti da vendere.

Il bivio davanti al quale spesso la qualità dei prodotti della mia terra, l’Irpinia, si trova, è essere un suk oppure un atelier, o una delle molteplici scale di grigi presenti, e pochi giorni fa ne ho avuta l’ennesima dimostrazione. Ero stato invitato ad un “cantine aperte” di una cantina irpina, che produce alcuni dei nostri grandi DOCG (che, ricordiamolo, sono il Fiano, il Greco e l’Aglianico): evento personale, non legato ad alcuna associazione o giornata dedicata, ma nessun problema, resta un’occasione per degustare un prodotto importante che è arrivato ad essere ben conosciuto anche per l’attenzione a certe scelte, quindi ci si va con spirito ben predisposto.

Arrivati, dopo una strada con quasi assoluta mancanza di segnalazioni sulla cantina e sul paese da visitare, si para davanti subito uno scenario che basterebbe da solo a dare un giudizio: decine di persone con contenitori in plastica da 5 o 10 litri caciaramente attenti ad attendere il proprio turno per la vendita del Greco sfuso, a cui era a quanto pare (non c’era alcuna certezza sulle informazioni dell’evento) dedicata la giornata. Ospitanti e turisti/clienti si confondevano indistintamente, perché nessuno aveva un marchio della cooperativa vitivinicola che potesse anche individuare qualcuno con cui fare due chiacchiere sull’azienda, sulla vinificazione, sulla produzione di quest’anno o via dicendo. Addirittura sono state bandite le foto, perché sembrava che parti del luogo di vendita non fossero a norma (cosa poi non confermata da altri, ma lo sgradevole retrogusto resta).

Nessun collegamento tra il luogo di vendita del vino sfuso e lo spaccio aziendale dove il livello della vendita saliva decisamente con confezioni natalizie, per poi riabbassarsi con l’aperitivo offerto, non per la qualità dei prodotti, ma per la loro presentazione, in cui un vino più che bevibile veniva servito senza etichetta (va bene, era sfuso, ma almeno, dato che producete diversi bianchi, informateci prima su quale di questi avremmo gustato) e accompagnato da salumi e formaggi ancora conservati nelle scatolette trasparenti di plastica del supermarket.

Pensate che sia finita?
Ed allora leggete il continuo di questa storia, nell'articolo: (Nel suk del vino irpino, dove si baratta la nostra identità (seconda parte)

L’inguaribile viaggiatore Modestino Picariello
inguaribile.viaggiatore(at)yahoo.it