Angola le dune striate
Angola: il mio viaggio

Angola

Inizio il mio diario mentre sono in volo verso l’Africa. Seguo la rotta sullo schermo davanti a me “Milano - Zurigo - Johannesburg - Windhoek 4874 km Windhoek - Lubango 800km” .

Vedo scorrere nomi che conosco e altri mai incontrati: Lumbabashi, Upington, Blantyre. Un volo lungo 10 ore sopra un intero continente, verso un paese ancora poco visitato ma che promette grandi emozioni: l’Angola.

Dopo l'arrivo a Lubango, una visita alle gole di Tundevala e una alla statua del Cristo Redentore, ci ritroviamo tutti attorno al tavolo della cena.

La nostra guida, ci ricorda brevemente il percorso di questi 15 giorni: lo scopo è incontrare le etnie che vivono in questo angolo remoto e poco esplorato dell’Africa.

Sarà una vera spedizione attraverso un deserto poco conosciuto ma spettacolare fatto di altissime dune a picco sull’oceano, passeremo montagne, canyon e savane, addentrandoci sempre più a sud fino ad entrare in Namibia.

Il mio viaggio in Angola: Indice dei contenuti

Muhuila

Questa mattina lasciamo la città diretti verso le cascate di Hungaria, nel territorio della prima etnia che incontreremo i Muhuila.
Quando si viaggia il privilegio più grande è proprio entrare in contatto con la gente: piantare il campo nei pressi di un villaggio, visitare un mercato o semplicemente salutare i bambini lungo la strada.

In questi momenti penso che non esista cosa più bella del viaggiare, scoprire e avvicinare una realtà che altrimenti sarebbe impossibile conoscere.

I Muhuila sono la popolazione semi nomade che vive sull'altopiano.

Le loro donne si acconciano i capelli con un impasto di argilla e li dividono in quattro grosse trecce. La più vanitose si ornano il capo con perline e anche il corpo è ricoperto da fili colorati che ne esaltano le forme e il colore ambrato.
Sono quasi le dieci, questa prima giornata di spedizione è finita. Abbiamo piantato il campo vicino alla fattoria di Beatrice, una delle tante case costruite durante la dominazione portoghese e poi abbandonate in fretta allo scoppio della guerra civile.

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Leba Pass

L’abbiamo raggiunta superando il Leba Pass uno degli snodi stradali più spettacolari dell’Africa. Una salita tra gole, cascate e boscaglia che arriva a 1700 m per poi scendere verso la costa. Vista dal punto panoramico la strada mi è sembrata un lungo serpente adagiato sul fianco della montagna.

Davanti a me si è aperta la pianura fatta di zone aspre e rocciose, dove si incontrano villaggi abbandonati che portano ancora i segni degli scontri a fuoco tra le fazioni in guerra per controllare il territorio dopo l’uscita di scena dei portoghesi.

Adesso il buio è totale ma il cielo è pieno di stelle. Abbiamo cenato sotto un baobab e fatto quattro chiacchiere attorno al fuoco, poi tutti a dormire.

E mentre scrivo sul mio quaderno mi rendo conto che quattro biglietti aerei, tre scali e poco più di decina di ore di volo mi hanno portato lontanissimo dal mio mondo e adesso sono qui nel cuore dell'Angola, sotto una tenda, in mezzo al nulla, nel buio più profondo con i grilli che cantano una ninna nanna africana.

E’ mattina, presto, apro la tenda e un cielo grigio pieno di nubi copre la vallata dove abbiamo dormito.

Il rio Giraul è ancora pieno d'acqua. Partiamo per scoprire quasi subito che più a valle il fiume, durante la stagione delle pioggie, ha avuto una piena così eccezionale e violenta che la corrente ha abbattuto i piloni di un ponte e cancellato un tratto di strada.

Non possiamo proseguire se non scendendo sul letto ora secco del fiume. Ma la sabbia è ancora molto molle, troppo e una dopo l'altra due delle nostre auto sprofondano.

Non è che il primo dei problemi che avremo sulle strade del sud Angola, bonificate dalle terribili mine anti uomo ma in condizioni molto precarie.

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Valle dell’Arco Lake

Finalmente ripartiamo, ci aspetta la valle dell’Arco Lake.

Arriviamo qualche ora prima del tramonto e piantiamo il campo in una vallata desertica circondata da alte formazione di sabbia solidificata. Centinaia di fossili si mescolano ai granelli ocra e gialli.

Basta un pò di attenzione per trovare antiche conchiglie, testimonianza che qui, una volta c'era il mare.
Siamo nel territorio dei Mucurocas le cui donne si riconoscono per le cordine colorate con cui hanno la strana consuetudine di schiacciarsi il seno all’ingiù.

Un Mucurocas ci accompagna all'Arco Lake. Il sentiero si snoda in un paesaggio lunare.

Il lago salato lo scorgi dopo un arco naturale e anche se il cielo è grigio, denso di umidità e la luce pallida non ne esaltano i colori, l'atmosfera è resa magica dai canti degli uccelli e dalle formazioni calcaree bizzarre e altissime e penso che ci sono davvero limiti alla fantasia di Madre Natura.

 

Ogni mattina mentre smonto e piego la mia tenda mi domando quale sorpresa avrà in serbo la giornata: una piuma di pernice, una conchiglia fossile, una foglia di mopane con la sua particolare forma a farfalla o un panorama spettacolare.

Ma anche i sorrisi dei bambini di Tombua, la bellezza delle case colorate di Namibe, le alte falesie a picco sull’oceano.

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Relitto del Vanessa

Dopo ore di viaggio ci fermiamo sulla costa davanti al relitto del Vanesa uno dei tanti pescherecci naufragati nell’ Atlantico che qui manifesta tutta la sua potenza e fa delle spiagge il cimitero di centinaia di imbarcazioni.

Nell’acqua fredda e color piombo, nuotano gruppi di foche e alcuni scheletri, soprattutto di loro cuccioli, affiorano sulla sabbia scura e umida.

Sono quelli che non sono riusciti a superare la violenza delle onde e della corrente che li ha continuamente riportati sulla battigia dove sono morti sfiniti da una lotta contro qualcosa di più potente di loro.

Ma la sorpresa più incredibile di questa giornata deve ancora arrivare.

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Riserva del Namib

Ci stiamo addentrando nel cuore del deserto del Namib, verso la Baia delle tigri. La riserva del Namibe che poi si fonde con il Parco di Iona, è di una bellezza struggente e selvaggia, fatta di alte dune di sabbia soffice e dorata.

Ma qua e là ecco la tigre! Così sono chiamate le dune striate di sabbia viola, nera e rossa che si alterna al giallo ricreando il mantello del felino.

Da qui il nome Baia dos tigres. E' un paesaggio così unico da aver meravigliato anche la mia guida, che mi assicura di non aver visto niente di simile in nessun'altra parte dell'Africa.

E' il vento forte e costante il creatore di tanta bellezza: lui che frantuma le migliaia di conchiglie dai colori scuri trasformandole in sabbia viola. Lui che sposta le dune a barcana creando ogni giorno paesaggi diversi, che accumula sabbia sulle dune a stella che raggiungono i 150 metri.

Lo stesso vento che stasera agita la mia tenda. Lontano un rombo cupo mi comunica tutta la forza dell'oceano Atlantico. Fa freddo stamattina quando riprendiamo il nostro viaggio.

Chilometri in solitaria perché non si incontra nessuno nel Namib. Non è un deserto abitato. Non ci sono carovane in marcia, ne gente in cammino.

Le oasi ospitano gazzelle, iene, sciacalli, serpenti e piccoli roditori. Le loro tracce decorano la sabbia come incisioni preistoriche.

Nel cielo i rapaci si alternano ai gabbiani e agli aironi. Nel mare dove si gettano a capofitto le dune, nuotano gli squali saltatori, giocano i delfini e sguazzano le foche.

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Baia dos tigres

La sensazione più bella è la meraviglia e lo stupore che si prova a camminare sotto queste altissime dune, passeggiare sulla spiaggia coperta da conchiglie, fra i rumori delle onde dell'oceano e del vento e come per ripagarci della fatica (e del freddo!) la città fantasma della Baia dos tigres si è mostrata ai nostri occhi stupefatti.

Con tutto il suo fascino e mistero se ne sta adagiata su una lingua di terra che, fino al 1975 era una penisola, a 12 km dalla costa.

Con il teleobbiettivo osservo il serbatoio dell'acquedotto, le case, la chiesa, le ciminiere delle fabbriche del pesce che la rendevano una fiorente cittadina.

Tutto è chiaramente visibile nonostante la leggera foschia che lo avvolge.

C'è anche un relitto incagliato nella sabbia. Vorrei avere una barca per raggiungere quella che un tempo si chiamava Sao Martinho dos Tigres di cui distinguo il rosa, il giallo e il verde degli edifici.

Chissà com’era vivere in questo avamposto ai confini del mondo. Com’era sopportare le tremende tempeste dell’Atlantico Australe con le raffiche di vento che sollevavano onde altissime, fino a quel terribile uragano che nella primavera del 1962 distrusse le condutture che portavano l’acqua.

Per gli abitanti fu un disastro che li costrinse a cedere alla potenza del mare. Isolati e senza acqua potabile dovettero lasciare le loro case per non fare più ritorno. Piantiamo il campo nell’interno, tra le dune, cercando tra loro un minimo riparo dal vento che tira freddo e costante, con una forza che ci obbliga a legare le tende una con l’altra.

Siamo in uno dei luoghi più sconosciuti e spettacoli del continente africano e passata la notte affronteremo il “saco”, la parte più profonda della costa.

Domani sveglia alle 5 dobbiamo cominciare il viaggio verso sud nelle prime ore del mattino, quando la marea si ritrae e ci apre un varco alla base delle dune, una piccola striscia di sabbia fra la costa e l’oceano.

C’e una pallida luce quando la nostra carovana lascia l'interno del deserto riscendere sulla costa.

L'unico momento in cui è possibile passare è quando l’oceano ritraendosi concede un passaggio di qualche metro fra le dune e l'oceano e non è cosa semplice.

Bisogna arrivare il giorno giusto e partire all'ora esatta in cui la bassa marea è al massimo.

Bisogna saper guidare in condizioni estreme e percorrere velocemente la tratta prima che l'acqua risalga e le onde obblighino a trovare un riparo sulle dune o peggio travolgano le auto.

Se si sbagliano i calcoli si deve pazientemente attendere un'altro momento opportuno e non è detto che sia il giorno successivo.

La striscia di pochi metri che il mare ci concede è cosparsa di scheletri di otarie, gusci di tartarughe e granchi e sulle onde volano i cormorani.

Al termini di questa attraversata indimenticabile incontriamo un gruppo di pescatori da cui prendiamo del pesce per la E' passata piu di una settimana.

Il gruppo ha ormai ingranato, preso il ritmo della spedizione, memorizzato luoghi e nomi.

Mi tornano alla mente frammenti di vita ormai quotidiana: le colazioni all'alba con il pane tostato sul fuoco, il caffè a fine pranzo, il sapore dolciastro del liquore di amarula per scaldare il dopo cena.

E' una vita semplice lontano dalle rotte turistiche. Lunghe giornate che iniziano al sorgere del sole e terminano poco dopo il tramonto.

Spazi incontaminati, realtà così diverse dalla mia. E poi alzo gli occhi dalla pagina del quaderno e che emozione! Un gruppo di foche che nuota a pochi metri dalla spiaggia! Anche questa è Africa.

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Parco dello Iona

Lasciamo la spiaggia lungo l'Atlantico per entrare nel cuore del Parco dello Iona verso le foci del Kunene uno dei grandi fiumi africani e il paesaggio cambia velocemente.

Qui è ancora deserto, ma le alte dune di sabbia dorata hanno lasciato il posto a un duro pietrisco. Il fiume segna il confine tra Angola e Namibia. Mettiamo le tende in un canalone e ci incamminiamo lungo il letto di un fiume in secca verso le foci.

Il paesaggio attorno è bellissimo. Arriviamo nell'ora in cui il sole comincia a tramontare e regala una splendida luce dorata che illumina l'acqua e le dune.

Ci sediamo sui massi della riva a osservare i babbuini che, ogni sera, risalgono le dune per andare a dormire in sicurezza (ovvero lontano dai coccodrilli), tra grandi massi scuri.

I coccodrilli ci hanno sentito e hanno lasciato la spiaggia. Le loro orme sono ancora ben visibili.

Oggi completiamo la nostra traversata del Parco di Iona ed è una giornata piena di incontri sorprendenti: le agili gazzelle dal corpo snello, bianco e nocciola, le corna sottili; i muscolosi ed eleganti orici con il loro muso rigato e la lunga coda a spazzola.

Ci corrono accanto, ci tagliano la strada e con loro cavalcata veloce si mettono a distanza di sicurezza. Molti hanno uno dei due lunghi corni, rotto, conseguenza delle lotte territoriali o per una femmina. E poi ci sono struzzi, faraone e tanti uccelli.

Carcasse di vecchie auto abbandonate nel nulla diventano lo sfondo delle nostre foto. Ogni tanto si vedono mandrie di mucche e greggi di capre che placide ci osservano.

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Mucuvals

E’ la terra dei Mucuvals un etnia numerosa e facile da incontrare. Le donne e le bambine hanno i capelli decorati con fili di perline e spesso una frangetta impastata di cenere.

Solo le donne però portano un insolito copricapo fatto di cannucce ricavate dall'alluminio delle lattine.

La savana ci circonda. Alta erba gialla, soffice, mossa dal vento e tanti alberi soprattutto i bellissimi mopane con le loro foglie a farfalla, le basse e insolite welwitschia con le loro foglie che strisciano sulla terra e spesso sono lunghe quasi 20 metri, gli alberi burro che sembrano dei candelabri e le acacie, così tipicamente africane. Il profumo intenso dei fiori bianchi dei buffi alberi bottiglia riempie l’aria.

Poi tantissimi cactus e agave. E i bellissimi baobab, grandi, imponenti, dalle forme più svariate, con i loro lunghi rami allungati verso il cielo.

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Muhimba

Stiamo per salutare l’Angola. Oggi dopo aver passato Oncocua, un villaggio piuttosto grande dove c’è anche un presidio medico, entriamo nella terra dei Muhimba (i più numerosi, che sono chiamati solo Himba in Namibia), l'etnia più riconoscibile.

Alti, di una bellezza statuaria, gli uomini, eleganti le donne che si ricoprono il corpo con argilla rossa. Al collo le donne fertili portano un laccio di cuoio con un grossa conchiglia bianca che arriva dal Mozambico e viene tramandata da madre a figlia.

Sui capelli rasati applicano delle trecce impastate di ocra e fango e sulla sommità, quelle sposate, mettono elaborati ornamenti in cuoio. Alle caviglie e ai polsi indossano pesanti ornamenti in metallo i fianchi coperti da gonnellini in pelle.

Sulla schiena, le più ricche, portano un grosso e rigido collare.

L’accoglienza nel villaggio è piena di sorrisi, di gesti per capirsi, di genuina curiosità perché qui l’arrivo degli stranieri non è cosa abituale.

La lunga giornata non ha ancora finito di stupirci.

Ma chi era più sorpresa? Noi donne occidentali che in mutande e reggiseno ci stavano lavando al pozzo e non aspettavamo visite? Oppure lei, splendida ragazza himba, che voleva prendere acqua alla stessa fonte come probabilmente fa tutte le sere? E chi si è divertita di più? Quattro italiane desnude che tentavano una doccia + shampoo o lei che di fronte al nostro buffo abbigliamento non riesce a trattenere le risate? Sicuramente stasera ce n'è da raccontare: per noi sedute a cena nel nostro campo sotto un cielo di stelle; per lei seduta nel suo villaggio tra la sua gente ma sotto la stessa notte stellata.

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Chitado

La mattina dopo la curiosità ha avuto la meglio e la stessa ragazza è venuta a trovarci, con la sorella e un bimbo.

Con questa inaspettata e bella sorpresa africana affrontiamo l’ultima tappa che ci porta a Chitado. Passiamo la piana dei baobab, un’ infinita distesa di giganti della savana.

Incontriamo uomini, donne e anche bambini che vanno e tornano dai pozzi dove prendono l’acqua o portano il bestiame ad abbeverarsi.

Ci fermiamo in un villaggio Muchimba. Come sempre sono i bambini i più temerari e curiosi, ce ne sono decine e noto come le bambine usino farsi decorare i capelli con fermagli, soprattutto fiocchetti, che sembrano tante farfalle posate tra sulle loro teste.

Attraversiamo Chitado, piccolo agglomerato di case sopravvissute alla guerra e lo lasciamo alle nostre spalle per cercare un posto dove mettere il campo prima che il sole tramonti.

“Un cielo illuminato da centinaia di stelle che si fa nero come l'inchiostro là dove si unisce alla terra. Tamburi nella notte e le voci del villaggio himba non lontano dal nostro campo.

I muggiti e i ragli che si confondono. Un coro di grilli mi fa compagnia”.

Sono le ultime parole che annoto mentre seduta nella mia tenda cerco di memorizzare tutte le sensazioni di questa ultima notte sotto il cielo dell'Angola. Domani passeremo il confine a Ruancana ed entreremo in Namibia. Ma questo sarà un altro viaggio e un’altra Africa.

Alla prossima meta!
L'inguaribile viaggiatrice Barbara Mattiuzzo
inguaribile.viaggiatore(at)yahoo.it

Se anche te vuoi condividere la tua esperienza di viaggio in qualche parte d'Italia o del mondo, non ti resta che contattarci!!!

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SCHEDA TECNICA ANGOLA

Per ulteriori informazioni:
Ambasciata d’Angola in Italia
Via Druso 39
00184 Roma
Tel: 0039 06/7726951 - Fax: 0039 06/77590009
E-mail: dm@embangola.com

Siti Web:
Sito ambasciata d’Angola in Italia: www.ambasciatangolana.com

Come si raggiunge:
In aereo:
Non esistono voli di linea diretti dall’Italia all’Angola, bisogna quindi fare scalo in un aeroporto europeo (Lisbona, Londra o Francoforte) o africano.

Ambasciata:
Ambasciata d'Italia
Rua Américo Boavida, 51
C.P. 6220 - Luanda (Angola)
Tel. (+244) 222 331245 - 222 331246 - Fax (+244) 222 333743
E-Mail: ambasciata.luanda@esteri.it
Web: www.ambluanda.esteri.it

Documenti:
Per i cittadini italiani serve il passaporto con validità residua di almeno 6 mesi ed è obbligatorio il visto che bisogna domandare all’Ambasciata dell’Angola a Roma con almeno 15 giorni di anticipo.

Fuso orario: Stessa ora dell’Italia (+1 ora quando in Italia è in vigore l'ora legale).
Voltaggio energia elettrica: Corrente Elettrica: 220 V 50 Hz L'erogazione e la potenza dell'elettricità è spesso irregolare, soprattutto nei piccoli centri urbani
Valuta: La valuta in corso in Angola è il New Kwanza che equivale a circa 0.0078 Euro
Vaccinazioni obbligatorie: febbre gialla da effettuarsi con almeno 3 settimane di anticipo rispetto alla partenza. È’ consigliata la profilassi antimalarica
Periodo consigliato: da luglio a settembre

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Alcune fotografie

Angola Mucurocas

Angola Mucurocas

Angola Leba pass

Angola Leba pass

Angola le dune striate

Angola le dune striate

Angola il saco

Angola il saco

Angola il relitto del Vanesa

Angola il relitto del Vanesa

Angola Baia dos Tigres

Angola Baia dos Tigres

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