Nel suk del vino irpino, dove si baratta la nostra identitĂ  (seconda parte)

Cari colleghi, inguaribili viaggiatori amanti anche della parte enogastronomica del viaggio, dopo aver letto il primo pezzo del mio racconto (Nel suk del vino irpino, dove si baratta la nostra identitĂ  (prima parte) vi sarebbe piaciuto essere con me?
Ne dubito, fortemente, ma nonostante questo, e nonostante le criticità non fossero ancora finite, non è tutto da buttare, ma ci arriveremo presto

Altro grosso problema: non c’era alcuna presentazione, neanche a voce, del vino sfuso. Mi spiego meglio: il Greco, oltre ad essere un DOCG, è un vino “unico”, perché risente fortemente delle singole zone del piccolo territorio in cui è prodotto. Un greco fatto a Tufo, cioè, è diverso da uno fatto a Chianche, sempre restando assolutamente e giustamente un DOCG.

Qui ovviamente si conosceva la cantina, ma per chi fosse venuto per conoscerla o per conoscere il prodotto non c’erano indicazioni in merito, neanche nel prodotto imbottigliato ma messo in secondo piano rispetto allo sfuso e al già “isolato” spaccio aziendale.

Le brochure, che avrebbero corretto questo errore di comunicazione, erano vecchie (mancava il prodotto più interessante, lo spumante di Greco, nuova produzione da 2 anni) e quelle nuove e aggiornate erano nei cassetti e abbiamo dovuto richiederle apposta. Inutile dire che un “Cantine aperte” non funziona così; neanche un mercato rionale funziona così; solo una cosa funziona così: un suk, che fa delle sue artigianali imperfezioni un’attrattiva, dove però la gente è ben informata su ciò che va a vedere e comprare.

Qui c’è un vino prodotto in eccellenza, con logiche e attenzioni completamente diverse da quelle della giornata di oggi (esempio: le bottiglie hanno il tappo che permette il giusto ricambio d’ossigeno per non far andare a male il vino) in un territorio dove la natura ti accoglie fiorente e selvaggia, a pochi chilometri dalla città principale, un vino da grande palco per la cura, la passione e la precisione (le direttive europee qui sono abitudine scoperta attraverso l’uso ben prima che arrivasse qualche burocrate a imporre ciò che già sappiamo) con cui viene “partorito”, ma venduto con logiche “sgarrupate”, ovvero approssimative e stabili per inrezia, esattamente come i muri marci di molte case napoletane ricordate nel film “Io speriamo che me la cavo”.

Una logica tale è perfetta se tu vuoi vendere ai vicini, a chi già ti conosce e non ha bisogno di spiegazioni, ma se vuoi diffonderti (e sottolineo se) lo devi fare a nuovi turisti/clienti a cui la giornata di oggi non offre nulla per tornare. Se non un vino di qualità/prezzo più che ottimali. Ma che la prossima volta potrà essere preso al supermercato (con cui la cantina ha una intelligente convenzione): si evitano delusioni da aspettative.

L’inguaribile viaggiatore Modestino Picariello
inguaribile.viaggiatore(at)yahoo.it