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Non solo il mito di Tangeri

Non solo il mito di Tangeri

Salve inguaribili viaggiatori,
la meta che volevo oggi segnalarvi è una località dove ci si arrivava per caso, ovvero Tangeri in Marocco, ovvero l’avamposto africano che nel corso del tempo si è guadagnato gli epiteti più disparati: Tangeri la bianca, Tangeri la maledetta, il locus amoenus locus borribilis, la madre di tutte le avventure lecite e illecite, l'amante ricambiata di generazioni di artisti.

Da qui cominciava il viaggio verso il Marocco delle città imperiali per i tour all inclusive, ma anche quello delle spedizioni sull'Atlante, del surfing nel Sud, degli irrinunciabili bivacchi nel deserto tra le dune di Merzouga o di Zagora.

Tangeri restava la parentesi di un giorno, giusto il tempo di una coincidenza ferroviaria o di far riposare l'auto dopo la galoppata attraverso la Spagna.

E da subito impressioni molto contrastanti: diffidenza dovuta alla leggenda, che gli autoctoni sembrano alimentare con bizzarra civetteria, sulla Tanger-danger, Tangeri uguale pericolo.

Fastidio per l'invadenza delle guide o presunte tali, alberghetti dall'aria poco raccomandabile, pulizia dei luoghi non proprio ineccepibile. Ma anche, inaspettatamente, il suono delle più diverse lingue parlate con naturalezza nei (tanti) caffé, gli odori invitanti dei cibi (buoni) venduti a ogni angolo, le pennellate di giallo e di azzurro sui muri dei più sordidi vicoli della medina e la macchia rossa di un ibisco coltivato in una latta arrugginita sul percorso in salita per conquistarsi gli scorci mozzafiato della kasbah.

E il mare che cambia colore a ogni svolta: perché qui le acque del Mediterraneo e dell'Atlantico cominciano a fronteggiarsi prima del vero connubio di cap Spartel, qualche chilometro più a ovest.

Ma soprattutto la luce, quella che incantava Matisse e che continua a suggestionare anche il più distratto dei visitatori e i tangerini stessi, silhouette immobili sugli strapiombi del quartiere Hafa con lo sguardo proteso sullo Stretto e inevitabilmente verso la Spagna. Che qui è molto, troppo, vicina per non generare la voglia di traversare e vedere com' è quell'Eldorado descritto da chi ce l'ha fatta ad arrivare di là...Ma questo è un altro discorso, il contrasto forse più drammatico tra i tanti che meglio interpretano la città sullo Stretto e ne sono la chiave di lettura.

I luoghi anzitutto, l'architettura tradizionale degli edifici religiosi, lo stile arabo-andaluso delle decorazioni che convive col déco del quartiere coloniale intorno al boulevard Pasteur, il trionfo del ferro battuto nelle belle case borghesi spagnole sulla salita verso la kasbah, le fortificazioni portoghesi ormai convertite a terrazze panoramiche inoffensive malgrado l'onnipresenza dei cannoni.

Senza dimenticare un capitolo di storia italiana: un magnifico complesso che si estende per oltre tre ettari a 500 metri dal Grand Socco attorno al Palazzo Moulay Hafid, venduto all'Italia dall'omonimo sultano per diventare, negli anni Venti, Littorio, e infine palazzo delle Istituzioni italiane, con annessa una sezione del Club alpino italiano.

Poi lo sfarzo delle residenze appartate, appena fuor città verso cap Spartel, nel quartiere noto come Vieille Montagne, eleganza sobria da ricchezza consolidata per gli inglesi installati qui da almeno tre generazioni, qualche esibizionismo di troppo per le vere fortezze degli emiri guardate a vista da militari in garitta il tutto immerso in una vegetazione lussureggiante e curatissima, con centinaia di specie autoctone che uno sviluppo edilizio dissennato sta minacciando irreversibilmente.

Sull'altro fronte non si incontreranno vere e proprie bidonville: la politica del re Mohammed VI verso il Nord è stata decisiva in questo senso, e tuttavia a sud della città quartieri moderni come Beni Makada o peggio Berchifa testimoniano bene il contrasto, sfumato da una specie di quartiere cuscinetto che costeggia la strada interna verso l'aeroporto disseminata di villini dal tetto a pagoda di stile asiatico, in un'improbabile ricerca di originalità che rispetti comunque la matrice islamica. E, di seguito, uno sviluppo edilizio sfrenato, centinaia di agglomerati tutti bianchi e ancora per la maggior parte vuoti.

Del resto l'anarchia urbanistica racconta meglio di altri elementi la storia della città: dal mito fondativi della lotta tra i giganti Anteo ed Ercole, collocato sulla collina di Charf resa ormai irriconoscibile da cantieri sorti come funghi, ai quartieri coloniali che a stento resistono a centri commerciali nuovi di zecca, con piazzette, alberelli e panchine che ti fanno sentire al centro di un pannello pubblicitario di promozione immobiliare.

 

Il capitolo della città dello statuto internazionale, cominciato nel 1932 e concluso nel 1956 con la dichiarazione d'indipendenza, rimane nel clima del luogo, grazie alla letteratura.

A quel periodo restano legate una quantità di leggende dispensate dai tangerini superstiti con un orgoglio a volte immotivato, visto che all'epoca erano al massimo autisti e maggiordomi di quell'allegra brigata. Resta il cosmopolitismo, quello sì autentico, che ancora percorre l'atmosfera tra il Petit e il Grand Socco, tutti poliglotti e imperturbabili di fronte al viaggiatore kirghiso e alla coppia giapponese in cerca della pensioncina storica già ufficio postale di sua maestà britannica, o del piccolo cambiavalute insediato nell'ex filiale della Bank of America.

Qualcuno si ostina a cercare ancora, nella piazzetta del Petit Socco, il genius foci della compianta Tangeri internazionale, nei caffè che si fronteggiano, Central contro Fuentes, come quando ospitavano le tifoserie opposte, franchisti e antifranchisti e ora più banalmente quelle del Barça o del Real Madrid.

I tempi cambiano anche qui e le immagini arcaiche di donne velate si sovrappongono a quella della ragazza che disinvoltamente ha appoggiato un berrettino Nike sul foulard, che la protegge dagli sguardi degli uomini, ma non dal sole cocente. E la modernità, bellezza, e non ci si può fare niente.

Alla prossima meta.
inguaribile.viaggiatore(at)yahoo.it

SCHEDA TECNICA TANGERI

Per ulteriori informazioni:
Ente Nazionale per il Turismo del Marocco
Via Larga, 23 - 20122 Milano
Tel. 0258303756 - Fax. 0258303970
E-mail: info@turismomarocco.it

Siti Web:
Ente nazionaIe del Turismo del Marocco: www.visitmorocco.com/ita

Come si raggiunge:
In aereo: Il modo più comodo e veloce per raggiungere Tangeri è attraverso i voli low cost

Ambasciata:
Ambasciata d'Italia a Rabat
2, Rue Idriss El Azhaar
B.P. 111 Rabat
Tel.: +212-537-219730 - Fax: +212-537-706882
E-mail: ambasciata.rabat@esteri.it
Web: www.ambrabat.esteri.it
Vice Consolato Onorario TANGERI
Palazzo delle Istituzioni italiane (ex Palazzo Moulay Hafid)
Tel: 00212 (0)539 933608
E-mail: v.consolatotangeri@hotmail.it

Documenti:Per i cittadini italiani serve il passaporto valido per 6 mesi dalla data di ingresso nel Paese.
Si può entrare anche con la sola carta d'identità se in possesso di una prenotazione alberghiera da mostrare alla dogana e se si fa parte di un gruppo organizzato.
Ai passeggeri delle navi da crociera viene concesso un permesso di scalo di 72 ore.
Fuso orario: Marocco la differenza è di un'ora in meno rispetto all'Italia, 2 in meno quando da noi vige l'ora legale
Voltaggio energia elettrica: Tensione: 127/220 V - Frequenza: 50 Hz
Note: La conversione a 220 V è poco diffusa
Valuta: Il Dirham che si divide in 100 centesimi (DH). 1 Dirham equivale a € 0,10 centesimi circa.
Vaccinazioni obbligatorie: Nessuna.
Periodo consigliato: Primavera ed autunno.